Fabio Palma

Infinite jest

Agosto 21, 2026
di Fabio Palma
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FRATTALI e ALLENAMENTO

La teoria dei frattali può ridurre gli errori cognitivi?

La teoria dei frattali, della quale propongo alla fine una sintesi, applicata all’analisi della prestazione, non può eliminare gli errori cognitivi. Può però diventare uno strumento molto potente per ridurre il rischio di interpretare in modo semplicistico ciò che accade durante una prestazione.

L’errore cognitivo nasce spesso dal fatto che osserviamo un fenomeno a una sola scala. Un atleta fallisce un blocco e conclude:

«Ho fallito perché mi manca forza nelle dita.»

Oppure uno specialista Lead continua a cadere basso e pensa, il mio problema è la Forza.

Ma queste sono soltanto possibili spiegazioni dell’evento, molto semplicistiche.

Una prospettiva di tipo frattale invita invece a osservare il fenomeno a scale differenti:

Movimento → Sequenza → Blocco → Seduta → Microciclo → Macrociclo → Stagione

E per la Lead:

Sequenza → intensità → Seduta → Microciclo → Macrociclo → Stagione

A ogni livello possiamo porci una domanda diversa.

Nel singolo movimento possiamo chiederci dove sia stata persa efficacia. Nella sequenza possiamo verificare se l’errore si ripete. Nel blocco possiamo capire quale qualità fisica o tecnica sia realmente limitante. Nella seduta possiamo verificare se quel limite fosse già comparso. Nel microciclo e nel macrociclo possiamo chiederci se quella qualità sia stata adeguatamente allenata. Per esempio nella Lead evidentemente la preparazione è stata sbagliata per i veri obiettivi, probabilmente fidandosi di risultati effimeri, o dí allenamento o di gare di livello molto più basso. Quest’anno solo i Trials Boulder e i Trials Lead sono stati vicini a ciò che la Coppa del mondo avrebbe proposto, gli allenatori esperti lo avevano capito (ce lo dicevano mentre assistevamo alle gare).. Soprattutto la Lead femminile, a differenza di quella maschile, aveva avuto delle coppe Italia facilissime, totalmente disgiunte dal livello internazionale, e persino il Campionato italiano femminile sia nella semifinale che nella finale avevano proposto meno di 8 prese di intensità da qualifica di Coppa del mondo! Dopo la finale del campionato italiano dissi, la cinquantesima di Coppa del mondo qua sarebbe arrivata seconda.

In questo modo, ciò che inizialmente appare come un problema di forza può rivelarsi un problema tecnico oppure di pianificazione. 

Per esempio:

presa che scivola → posizione del bacino inefficiente per scarsa mobilità anche → aumento del carico sulla mano → maggiore affaticamento → presa che scivola.

La causa apparente è la forza delle dita o di compressione. La causa determinante potrebbe invece essere la tecnica e la mobilità. Ma possiamo andare ancora più in profondità: Perché quella tecnica non era sufficientemente efficace?

Forse perché non era stata allenata. Oppure perché la programmazione aveva privilegiato una qualità diversa. Per esempio gli orientali e i francesi fanno tantissima mobilità. Oppure perché l’atleta aveva preparato una capacità fisica senza trasferirla adeguatamente alla situazione specifica di arrampicata. Chi delle Specialiste Lead fa 2500 prese a circuito, o 20 tiri di corda, nei tre mesi precedenti alla coppa del Mondo? Sono informazioni che ho ricevuto dagli allenatori passati a big walls mentre allenavo. 

A questo punto il fallimento non è più semplicemente un problema dell’atleta. Può essere un’informazione relativa all’intero sistema atleta–allenamento–prestazione. O si allena da solo e quindi male, o non è seguito da remoto, o è seguito male o superficialmente. L’allenatore serio alla seconda volta che accade qualcosa di simile che ha causato una sconfitta dolorosa si fa molte domande su ciò che ha fatto fare all’atleta.

Questa prospettiva può aiutare a contrastare diversi errori cognitivi.

L’atleta può essere portato ad attribuire il risultato a una causa immediata, a cercare soltanto le informazioni che confermano la propria teoria, a giudicare la qualità della preparazione esclusivamente dal risultato oppure a considerare inevitabile, dopo che è avvenuto, qualcosa che prima non lo era affatto.

La prospettiva frattale introduce invece una domanda fondamentale: il fenomeno che sto osservando è un episodio isolato oppure è l’espressione di un pattern che si ripete a scale differenti?

Questa domanda cambia profondamente il modo di analizzare una prestazione.

Tuttavia esiste un rischio.

Anche la ricerca dei pattern può diventare un errore cognitivo se l’atleta vede conferme della propria teoria ovunque. Per questo l’analisi evoluta deve aggiungere una terza domanda:

Quale evidenza potrebbe dimostrare che la mia interpretazione è sbagliata?

È probabilmente questa la differenza più importante tra un’analisi semplicemente sofisticata e un’analisi realmente statistica, quindi non emotiva ma basata sui dati. E nessun atleta di qualunque età ha tempo ed è in grado di analizzare di suoi dati (Edwin Moses lo faceva, il suo dominio e la sua metodologia cambiarono radicalmente l’atletica americana e poi mondiale).

In definitiva:

L’atleta inesperto analizza l’evento. L’atleta evoluto cerca il pattern.L’atleta altamente evoluto cerca il pattern, lo verifica a scale differenti e cerca attivamente ciò che potrebbe smentire la propria interpretazione. Solo che dagli sport a grande storicità sappiamo che gli atleti evoluti non hanno mai meno di 28-30 anni. 

La prospettiva frattale, quindi, non impedisce di sbagliare. Impedisce, se utilizzata correttamente, di accontentarsi troppo rapidamente della prima spiegazione disponibile.

Infatti altro enorme problema di questi anni per gli atleti non evoluti sono i social, perché persone anche molto vicine con i loro commenti amplificano le distorsioni cognitive. L’analisi dei commenti più comuni a post di atleti molto giovani delusi da stagione negativa è forse ancora più interessante del post stesso. Il problema non è che siano commenti gentili o affettuosi. Il problema è che non valutano minimamente la prestazione, la preparazione o le cause della difficoltà. Valutano esclusivamente la narrazione emotiva dell’atleta. Sono commenti da tifoso di calcio da bar sport, e quindi senza alcun valore se non negativo, solo che essendo sui social vengono letti e ascoltati dall’atleta non evoluto. Creando disastri ulteriori. Eccome alcuni

“Fidati di te. ”.

Se la difficoltà deriva da una preparazione sbagliata o insufficiente, come è nel 99% dei casi, continuare ad avere fiducia in quello che si fa può semplicemente significare perseverare nell’errore.

“Totally part of the journey”.

Anche questa è una frase apparentemente positiva, ma sportivamente molto pericolosa. Non tutto ciò che va male è semplicemente “parte del viaggio”. Alcune difficoltà sono fisiologiche e previste; altre sono invece il risultato di errori di programmazione, di valutazione o di preparazione. Confondere le due cose impedisce di imparare.

“Avanti così”.

Forse è il commento più assurdo dal punto di vista sportivo. “Avanti così” presuppone che ciò che è stato fatto finora sia corretto. Ma se il problema nasce proprio dalla preparazione precedente, allora “avanti così” significa, paradossalmente, continuare sulla stessa strada che ha prodotto il problema. Ovviamente la persona che lascia un commento simile è totalmente inadatta ad allenare ma il suo commento, che sarebbe considerato superficiale e quindi trascurabile dall’atleta di livello, genera nell’atleta immaturo e inesperto un’approvazione.

“Va dove ti porta il cuore!”.

È una frase perfetta per un messaggio affettuoso, ma non per l’analisi di una prestazione agonistica. Il cuore può dare motivazione, ma non programma un allenamento, non misura una capacità fisica, non identifica una carenza e soprattutto non corregge un errore.

Il punto fondamentale è quindi questo:

difficoltà programmata = allenamento. 
Difficoltà provocata da una preparazione inadeguata = errore da analizzare.

Un atleta evoluto non dovrebbe chiedersi soltanto: “Come faccio a non mollare?”. Dovrebbe chiedersi prima di tutto:

Perché sono arrivato in questa situazione? 
Cosa mi mancava? 
Era prevedibile? 
La preparazione era adeguata? 
Cosa devo modificare?

Questa è la differenza tra una mentalità realmente orientata al miglioramento e una semplice narrazione motivazionale. Solo che senza allenatore (bravo…) prima dei 28-30 anni questa consapevolezza manca del tutto. Anzi l’atleta pensa che non ha fatto abbastanza, che deve fare di più. Molto comune è la frase: ora ho capito cosa devi fare. Frase che un nuotatore, un tennista, un qualunque atleta di 18-28 anni di sport seri non direbbe MAI. In quegli sport sanno che non ne hanno le capacità cognitive. Nessun nuotatore anche campione del mondo a 20 anni direbbe, sono 13 anni che nuoto so quello che devo fare. In arrampicata ancora questo pensiero insensato esiste. 

Il problema dei commenti social, quindi, non è l’incoraggiamento. È che producono una vera e propria bolla di conferma collettiva:

difficoltà → emozione → incoraggiamento → consenso → nessuna analisi dell’errore.

L’atleta si sente sostenuto, ma non necessariamente diventa più consapevole.E questo è il punto più pericoloso: quando una comunità circonda un atleta esclusivamente di conferme emotive, può diventare involontariamente complice della sua inconsapevolezza. Per migliorare davvero non basta sentirsi dire “bravo, non mollare”. Bisogna avere anche qualcuno disposto a dirti:

“Hai sbagliato preparazione. Adesso cerchiamo di capire perché.”

È molto meno gratificante da leggere sui social.

Ma è infinitamente più utile per diventare un atleta migliore.

TEORIA DEI FRATTALI 

La teoria dei frattali è una parte della matematica che studia oggetti geometrici complessi caratterizzati da autosimilarità e ripetizione all’infinito di una stessa forma a scale sempre più piccole. Avete presente foglie, alberi, costiere marine, fiocchi di neve, nuvole? Una loro piccolissima porzione di cm è simile o identica a metri o km. E’ il principio dell’AUTOSIMILARITA’.

Il fatto incredibile è che queste geometrie ipercomplesse arrivano da semplicissime operazioni matematiche, da terza media o meno. Operazioni iterative, che si ripetono. Il cui risultato diventa input per il passaggio successivo. Proprio come l’evoluzione di un atleta. L’output di un giorno, settimana, mese di allenamento e’ una forma fisica che diventa input della fase successiva…qualunque sportivo con un buon allenatore sa che questo è il principio chiave dell’adattamento muscolare e biomeccanico

L’insieme di Mandelbrot è il più famoso insieme di frattali, ed è semplicemente un gruppo di numeri. I numeri nell*insieme sono quelli che non tendono all’infinito se si esegue la stessa operazione su di essi ripetutamente. I numeri al di fuori dell’insieme sono quelli che tendono all’infinito. In altre parole, atleta che “sbarella” o atleta che si evolve diventando qualcosa di meraviglioso, grande, potente e tecnico, e performante. 

Un semplice esempio…supponiamo che la nostra operazione sia semplicemente “elevare al quadrato il numero”. Se inizio con 0, rimane 0 per sempre (0, 0, 0, 0…). Se inizio con 1 rimane 1 per sempre (1, 1, 1, 1…). Se inizio con 2 tende all’infinito (2, 4, 16…). Se inizio con un numero compreso tra 0 e 1 si avvicina a 0 (0.5, 0.25, 0.125…).

Questo è un insieme piuttosto semplice… qualsiasi numero compreso tra -1 e 1 rimane contenuto, qualsiasi numero al di fuori di questo intervallo tende all’infinito.

Ripetiamolo con l’esempio dell’insieme di Mendelbrot

L’insieme di Mandelbrot segue la stessa idea, con due modifiche…l’operazione è leggermente diversa, e la eseguiamo con numeri complessi. Invece di “elevare al quadrato il numero ripetutamente”, l’operazione di Mandelbrot è “elevalo al quadrato e aggiungi il numero originale”. E i numeri complessi sono numeri con parte reale (quella a cui sei abituato) e parte immaginaria (basata sulla radice quadrata di -1). Se non hai mai visto i numeri complessi prima, un po’ di ricerca on Line la dovete fare, perché anche questo richiede qualche spiegazione.

Il “piano complesso” è semplicemente il grafico 2D di tutti i numeri complessi, come la retta numerica per i numeri regolari. Qualsiasi punto sul piano è un numero complesso… la posizione orizzontale è la parte reale, la posizione verticale è la parte immaginaria. E a dirla tutta, tutti noi abbiamo una parte reale, molto concreta e visibile, e una parte immaginaria, che ci sembra imprevedibile perché racchiude la testa e anche le potenzialità fisiche e tecniche. (Prima osservazione che mi ha fatto Bea, all’istante, quando le ho parlato dei frattali. E la parte emotiva?)

Quindi scegliamo ogni punto sul piano (questo è C) ed eseguiamo l’operazione di Mandelbrot ripetutamente e vediamo se tende all’infinito o no… questo è F.  Ogni C che mantiene F contenuto è nell’insieme di Mandelbrot, ogni C in cui F tende all’infinito non è nell’insieme. C dipende dall’allenatore o, se manca, dalle vostre scelte.

Poiché l’operazione è piuttosto semplice, si potrebbe pensare che anche l’insieme sia semplice. Tranne che non lo è. Davvero, davvero, davvero non lo è. Questa è stata una grande sorpresa. Il fatto che si ottenga un insieme così complicato da un’operazione così semplice non era affatto previsto prima di iniziare a fare cose del gener

Secondo calcolo: Prendi il risultato e riapplicalo: Loop infinito: Ripeti questo passaggio decine o centinaia di volte e così via). Il risultato: Se il numero non scappa via, il punto fa parte dell’insieme e si colora di nero. Se scappa, si colora in base alla velocità della fuga. 

Le caratteristiche

  • Forma frattale: Il bordo non è mai liscio; ha dettagli infiniti.
  • Copie di se stesso: Se fai uno zoom in qualsiasi parte del bordo, ritrovi piccole copie dell’intero disegno.
  • Il verdetto del colore: Se il valore di Z cresce all’infinito, il punto C non appartiene all’insieme (viene colorato in base alla velocità con cui scappa via). Se il valore di Z resta confinato vicino all’origine senza mai esplodere, il punto C appartiene all’insieme (viene colorato di nero) 

I bellissimi disegni dei frattali sono solo disegni del confine tra i numeri che sono nell’insieme e quelli che non lo sono. Se sono colorati, ottengono il colore contando quante operazioni (“iterazioni”) dobbiamo fare per capire se C è dentro o fuori dall’insieme. La definizione dell’insieme di Mandelbrot è esatta. Ma poiché è una definizione iterativa (esegui l’operazione ripetutamente finché non sei sicuro se un numero è nell’insieme o no), e poiché l’insieme è davvero complicato, non puoi dire (in generale) semplicemente guardando il numero se è nell’insieme o no. Devi effettivamente fare i calcoli su quel punto. 

Se sei vicino al confine potrebbero volerci tantissime iterazioni per esserne sicuro, e un numero molto vicino potrebbe non avere lo stesso risultato perché il confine è così “frastagliato”. In senso matematico è effettivamente infinitamente frastagliato*, quindi puoi continuare a ingrandirlo per sempre e non si liscia mai. Questa è la magia dei frattali che mi ha guidato e ispirato nella crescita di atleti, PERSONE, su cui ho puntato. A differenza di una retta, una parabola, una qualunque curva o studio di funzione, il frattale si riempie a caso. Un punto sul piano qua, un altro punto la’. Solo dopo tante, tantissime interazioni, con punti sparsi, comincia a comparire una forma sul piano. E questa forma magari è una foglia, o una nuvola. L’atleta.

Ma attenzione, NON è solo filosofia e stupore visivo. Vediamo come applicare la teoria dei frattali a un atleta.

Come è cresciuta la sua forma, come si può intuire  il giusto C per far diventare l’atleta  una bellissima forma FUNZIONANTE.

L’insieme di Mandelbrot si genera sul piano cartesiano dove ogni punto corrisponde a una costante c. Per ogni punto si parte sempre da z=0 

Vediamo Il legame con l’Effetto Farfalla, che credo sia il paradosso più famoso del ‘900. Una farfalla nei Caraibi sbatte le ali, e scoppia un tifone in Giappone. Che è la nostra vita: succede qualcosa lontanissimo dal nostro quotidiano, e neppure sappiamo che sta accadendo, e la nostra vita ne viene poi, dopo magari mesi o anni, sconvolta. Positivamente o in maniera disastrosa. Dipende da quel diavolo di numero complesso C. Perché quella semplicissima equazione è caratterizzata da una Sensibilità estrema: Sul confine dell’insieme di Mandelbrot, due punti C vicinissimi tra loro — separati anche solo da una cifra decimale infinitesima — possono avere destini totalmente opposti. Uno può esplodere all’infinito e l’altro restare stabile. Avete presente il film Sliding door? O qualcosa che vi è accaduto perché per una frazione di secondo vi è accaduto qualcosa invece di altro? E sapete perché questa equazione ben rappresenta questi sconvolgimenti? Per La non-linearità: La presenza dell’esponente 2 di Z agisce come un amplificatore. Ogni minima differenza iniziale non viene mantenuta costante, ma viene raddoppiata ed esasperata a ogni ciclo di feedback. 

Ed è quello che avviene nella nostra vita e nei nostri allenamenti. Ogni perturbazione viene ingigantita. Ogni dettaglio, soprattutto quando cresci di livello, ha un impatto molto più grande di quello che pensavi. Sia un nuovo dettaglio che un dettaglio dimenticato possono (e anzi succede) generare un effetto farfalla, il famoso battito d’ali che scatena un tifone migliaia di km di distanza. Provate a mangiare qualcosa di nuovo un lunedì e due mesi dopo andate male alla gara della vita…inserite un esercizio di qualche secondo e la spalla va in frantumi. Inserite un nuovo esercizio e guadagnate come non succedeva da molti mesi! Però…però…Ordine nel disordine: Nonostante l’imprevedibilità del singolo punto, l’intero sistema genera una struttura geometrica globale iconica, stabile e infinitamente complessa. Per esempio il guscio di una conchiglia, un albero, e…lo sportivo.

L’applicazione dei frattali e della teoria del caos all’evoluzione di un atleta è uno dei campi più affascinanti della moderna metodologia dell’allenamento. Nella natura, la struttura frattale (come la ramificazione dei bronchi o dei vasi sanguigni) serve a massimizzare l’efficienza e l’assorbimento dell’energia. Foglie, gusci, fiocchi…sono frattali EFFICIENTI per la vita di chi rappresentano.

Nell’essere umano, l’evoluzione della performance segue gli stessi identici schemi non lineari e iterativi.

Ecco come la formula del caos si applica direttamente alla crescita e alla carriera di un’atleta:

1. Il feedback biologico come equazione ricorsiva

L’allenamento sportivo è una perfetta trasposizione della formula 

  • Z (Lo stato attuale): Rappresenta la forma fisica odierna dell’atleta (forza, resistenza, tecnica).
  • C (La costante dello stimolo): È il carico di allenamento somministrato oggi (pesi, metri di scalata, stress psicologico).
  • Z (Il risultato di domani): È la nuova condizione biologica ottenuta. Il corpo elabora lo stimolo, si adatta (supercompensazione) e il risultato diventa la nuova base di partenza Z per il giorno successivo. 

2. Sensibilità alle condizioni iniziali (Effetto Farfalla)

Nello sport professionistico, differenze microscopiche generano divergenze macroscopiche nel lungo periodo:

  • Dettagli infinitesimali: Un millimetro di errore nell’angolo di appoggio del piede o 30 minuti in meno di sonno profondo cambiano l’esito del ciclo di feedback.
  • Destini opposti: Esattamente come i punti sul confine dell’insieme di Mandelbrot, due atleti con lo stesso potenziale iniziale possono evolvere in modi opposti: uno raggiunge il record del mondo, l’altro va incontro a infortuni cronici.

3. Struttura frattale del tempo e del carico

I piani di allenamento moderni non sono progressioni geometriche semplici, ma strutture frattali basate sull’autosomiglianza:

  • Macro e Micro-cicli: La forma a “onda” del carico (giorni di carico alternati a giorni di scarico) si ripete identica su scale temporali diverse. La struttura della singola settimana (microciclo) riflette in piccolo la struttura dell’intero anno di preparazione (macrociclo). 

4. Attrattori strani e plateau della performance

L’evoluzione di un atleta non è mai lineare. La performance tende ad orbitare intorno a uno stato di equilibrio chiamato attrattore:

  • I Plateau: L’atleta sperimenta lunghi periodi in cui, nonostante gli sforzi, i tempi o i carichi rimangono identici. Il sistema è bloccato in un attrattore stabile. Nel caso di un atleta, i suoi risultati nelle gare che contano sono identici a quelli di tre anni prima nonostante il volume degli allenamenti sia enormemente aumentato. Evidentemente, c’è stata una discontinuità che ha generato stallo. Magari nascosta da risultati ingannevoli (prestazioni positive in gare o falesie o luoghi Boulder facili o in condizioni positive, come avversari fuori forma per un garista o tracciature facili, o condizioni super favorevoli su roccia per un amatore). E’ il bravo allenatore che sa analizzare CORRETTAMENTE i risultati che io chiamo ingannevoli. O spuri. Rumori. E che d’altro canto sa invece valutare in ottica giusta una prestazione negativa ma con punti positivi. L’atleta, soprattutto quello giovane, è inesorabilmente ingannato sia dal risultato positivo che da quello negativo, essendo (lo leggerete) il soggetto umano più vittima di errori (o distorsioni) cognitivi.
  • Il salto quantico: Per rompere il plateau, l’allenatore deve introdurre una “perturbazione” caotica nel sistema (cambio drastico di stimolo, shock metabolico). Il sistema entra temporaneamente in crisi per poi riorganizzarsi improvvisamente su un nuovo attrattore più alto (il nuovo record personale Speed o il salto di livello a vista in Lead). Facile a dirsi ma ovviamente super difficile a farsi. Tutti possono allenarsi o auto allenarsi, e’ molto facile. Ma il salto quantico è ciò che contraddistingue il Campione professionista o l’amatore che improvvisamente sale di grado. 
  • La programmazione frattale dell’allenamento (nota anche come periodizzazione caotica o non lineare) abbandona l’idea rigida e progressiva dello sport classico. Invece di aumentare i carichi  in modo lineare, il carico fluttua continuamente seguendo schemi che si ripetono su scale temporali diverse (autosomiglianza). Questo approccio previene la monotonia e lo stallo biologico, imitando i ritmi caotici della natura. 

La struttura del tempo: Autosomiglianza. Nella programmazione frattale, la forma d’onda del carico (picco di intensità seguito da un recupero) è identica sia che si guardi l’intera stagione, sia che si analizzi la singola sessione di un’ora.

  • Macro-frattale (Anno): L’anno è diviso in periodi di carico e scarico ma anche di sperimentazioni. Perché Bea ha dei periodi di Lead intensa? Lo state capendo
  • Meso-frattale (Mese): Ogni mese riproduce la stessa onda dell’anno: tre settimane di carico crescente o meglio di Forza e Potenza  e una di scarico rigenerante o meglio di velocità-rapidità. 
  • Micro-frattale (Settimana): La singola settimana non è uniforme. Alterna giorni ad altissimo impatto a giorni di riposo attivo. La Periodizzazione DUP
  • Nano-frattale (Giorno/Seduta): All’interno dello stesso allenamento di 60 minuti, l’atleta esegue picchi di sforzo massimale alternati a micro-pause di recupero. Questo è difficile e ci sto lavorando. Stiamo crescendo, io e Bea. Oddio, Lei…io sto solo invecchiando, aggrappandomi però a questi ragionamenti per farle realizzare il sogno che via via si è fatto strada anche in dichiarazioni pubbliche.

Prendiamo come indice il calcolo dello sforzo (RPE):

1. Il Microciclo Settimanale (La forma base)

  • Lunedì: Carico Alto 
  • Martedì: Scarico o accessori 
  • Mercoledì: Carico Medio 
  • Giovedì: Riposo totale (Valle profonda)
  • Venerdì: Carico Massimo (Test di ritmo gara – Picco assoluto)
  • Sabato: Scarico (Passeggiata o mobilità)
  • Domenica: Carico Medio-Lungo (Volume senza intensità)

2. Il Macrociclo Mensile (L’autosomiglianza su scala maggiore)

Se uniamo i microcicli per formare un mese, la struttura della settimana si riflette sull’intero mese:

  • Settimana 1: Carico Medio (Introduzione)
  • Settimana 2: Carico Alto (Sforzo intenso)
  • Settimana 3: Carico Massimo (Picco del mese, massima perturbazione del sistema)
  • Settimana 4: Scarico Totale (Rigenerazione, assimilazione degli stimoli)

I 3 Vantaggi Biologici del Caos Programmato

  • Prevenzione dell’accomodamento: Il corpo umano è una macchina termodinamica che cerca l’omeostasi (l’equilibrio). Se lo stimolo è lineare o prevedibile, il corpo si adatta e smette di migliorare. Il caos frattale impedisce ai recettori biologici di abituarsi.
  • Gestione degli Attrattori (Plateau): Quando un atleta smette di migliorare, significa che è bloccato in un “attrattore stabile”. Introdurre una settimana a struttura frattale fortemente alterata (es. stimoli brevissimi ma violentissimi) destabilizza il sistema per spingerlo verso un livello di performance superiore.
  • Flessibilità in tempo reale: Se l’atleta mostra segni di stress (es. sonno disturbato), l’allenatore frattale non segue ciecamente la tabella, ma applica una micro-correzione immediata. Una variazione infinitesima oggi (l’effetto farfalla) evita un infortunio tra tre mesi.

I “Frattali” e gli “Attrattori Strani” (come l’attrattore di Lorenz o di Rössler) sono l’espressione grafica di sistemi dinamici che convergono verso una forma finale complessa, dotata di autosomiglianza. L’atleta è e sempre sarà un frattale. Auto simile (arriva da sé stesso e riconosci anche nel Campionissimo qualcosa che c’era già a 13 anni), anche se di difficilissima previsione. 

Nota personale 

Credo che siano stati quei mesi intorno al 1997 a studiare i frattali e a generare varie forme geometriche da questa semplice equazione, cambiando i valori di C e disegnando anche a mano le forme risultanti, a farmi intuire che Bea potesse diventare un’atleta da Olimpiade. Ne aveva decine davanti nella sua età in Italia, ma avevo intuito che con il giusto valore di C potesse diventare un prospetto olimpico.. Si trattava di aiutarla a crescere in una forma vincente. E questo, attenzione, vale per chiunque pratichi uno sport. Si può sempre arrivare a una forma migliore di se stessi, un’auto somiglianza che funziona. 

Naturalmente trovare il giusto valore di C è una sfida super complicata e complessa e necessita di una fiducia totale dell’atleta verso l’allenatore quando quest’ultimo è preparato e conscio di questi concetti. Non serve assolutamente conoscere i frattali per allenare, ma seguire la loro logica si. La crescita di un atleta non è mai lineare e soprattutto vanno esaminati i dati per non rimanere vittime di giganteschi errori cognitivi. 

Se dopo 3 gare nelle tue sconfitte c’è un elemento comune, esso non è casuale ma identificativo di un errore anche grave di preparazione tecnica e fisica. Già due gare andate male per lo stesso motivo devono costringere l’allenatore a un serio riesame di Microciclo finale e probabilmente di Macrociclo di 6-8 settimane finale. Il frattale atleta evidentemente non è converso in una forma efficace 

Agosto 19, 2026
di Fabio Palma
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IL CASO ANRAKU

IL CASO ANRAKU
Quando la forza massimale non basta

C’è un momento, nella storia di ogni sport, in cui compare un atleta capace di mettere in discussione le categorie con cui siamo abituati a interpretare la prestazione. Nel nuoto ci sono appena stati due record del mondo senza senso, Kate Douglass nei 50 sl e Johannes Liebmann nei 1500 sl. Nuove dimensioni, già viste con l’aliena Summer McIntosh nel 2025 e il clamoroso David Popovici da qualche anno. Atleti che non sembrano forti, a vederli, ma che hanno squassato discipline di Forza!!! Anche l’Italia del nuoto, con Ceccon e Sara Curtis, ha due atleti all’apparenza non così forti, ma che sono in realtà mostruosi. Tutti i nomi che a secco non sono sicuramente impressionanti, anzi. Certamente non fra i primi cento atleti forti del nuoto. Forse neppure fra i primi 1000. Sono, però terribilmente tecnici, coordinati, SINCRONIZZATI.
Sorato Anraku, per l’arrampicata, è uno di questi casi.
Il suo esordio nel circuito di Coppa del Mondo, ancora giovanissimo, neppure dieci trazioni alla sbarra e immediatamente dominatore sia in Lead che Boulder, ha prodotto qualcosa di più di una semplice sorpresa agonistica: ha messo davanti agli occhi di tutti una domanda scomoda.
Quanto è davvero importante la forza massimale, se osserviamo la prestazione
dell’arrampicatore nella sua totalità?
Anraku, infatti, non sembra possedere quella forza specifica che molti considererebbero
indispensabile per un atleta capace di dominare contemporaneamente Lead e Boulder ai
massimi livelli. Non è il classico arrampicatore costruito intorno alla trazione mono-braccio. Oggi probabilmente la fa, ma all’esordio per niente. Eppure ha dominato. Leggero? Sì, ma non certo più di un Ghisolfi o di molti altri fuoriclasse.
Non è, almeno apparentemente, l’atleta che impressiona per il numero di trazioni
massimali eseguite in rapporto al peso corporeo.
Eppure vince.
E non vince facendo qualcosa di semplice.
Vince facendo cose estremamente complesse.


LA DOMANDA SBAGLIATA: QUANTA FORZA HA ANRAKU?
Quando analizziamo un arrampicatore di alto livello, la prima tentazione è quasi sempre
quella di cercare il valore della sua forza.
Quante trazioni? Quanti chilogrammi aggiunti? Quanto pesa? Qual è il rapporto tra forza
massima e peso corporeo? Quanto tiene su una tacca?
Sono parametri importanti. Sulla roccia MOLTO importanti. Ma le gare sono diventate assai più esigenti che la roccia per la presenza di volumi intenibili rispetto alle prese che troviamo sulla roccia. Il caso Anraku suggerisce che potrebbero essere soltanto una parte della storia.
Immaginiamo due arrampicatori. Il primo è capace di sviluppare una forza enorme in un
singolo gesto, ma impiega molto tempo per raggiungere quella forza. Il secondo sviluppa
una forza assoluta inferiore, ma riesce a coordinare in una frazione di secondo la spinta
delle gambe, il trasferimento del bacino, la rotazione del tronco, la stabilizzazione
scapolare, la tensione del core, il trasferimento della forza attraverso il braccio, il rilascio
della mano e l’orientamento del corpo verso il bersaglio.
Chi dei due è più forte?
La risposta dipende da cosa intendiamo per forza. Se intendiamo la forza massima
esprimibile da un singolo distretto muscolare, probabilmente il primo. Se intendiamo la
capacità di produrre la forza utile nel tempo disponibile, la risposta potrebbe essere il secondo.
Ed è qui che, a mio avviso, il caso Anraku diventa interessante.


IL TEMPO È UNA VARIABILE DELLA FORZA
In arrampicata, soprattutto nel Boulder moderno, non basta chiedersi: «Quanta forza posso
produrre?»
Bisogna chiedersi: «Quanta forza posso produrre nel tempo che ho a disposizione?»
La relazione diventa allora molto più complessa. Non abbiamo più soltanto F = m · a, ma
una sequenza temporale: F(t). La forza diventa una funzione del tempo.
E ancora più interessante diventa osservare come questa forza viene distribuita nello
spazio, cioè attraverso l’intera catena cinetica.
Anraku sembra essere straordinario proprio in questo.
Non necessariamente perché ogni singolo anello della catena sia il più forte possibile, ma
perché la catena funziona con una sincronizzazione eccezionale.
Il piede parte. Il bacino segue. Il tronco ruota. La spalla si organizza. Il braccio riceve la
forza. La mano arriva.
Tutto accade quasi contemporaneamente.
Non è la somma di muscoli forti. È una sinergia neuromuscolare.


ONDRA E MANOLO: DUE PRECEDENTI CHE AVEVANO GIÀ
MESSO IN CRISI IL PARADIGMA
Il fenomeno non è completamente nuovo.
Adam Ondra aveva già sconvolto il mondo dell’arrampicata quando, tra gli 11 e i 15 anni,
riusciva a realizzare prestazioni che sembravano sproporzionate rispetto alla sua forza
massimale normalizzata al peso corporeo.
Un ragazzino capace di arrampicare a livelli incredibili senza possedere necessariamente i
valori di forza assoluta che, secondo una lettura semplicistica, avrebbero dovuto essere
necessari.
In Italia, poi, Manolo ha rappresentato per decenni un’altra gigantesca anomalia.
Ha dimostrato che si può arrivare a livelli estremi di arrampicata senza costruire
necessariamente la prestazione attorno all’idea di forza massimale pura.
Ma Anraku introduce qualcosa di diverso.
Ondra ha sviluppato un rapporto straordinario tra tecnica, lettura, precisione e capacità di
applicare la forza.
Manolo ha portato all’estremo l’intelligenza del movimento, la sensibilità, l’economia, la
capacità di utilizzare il corpo e l’ambiente in modo non convenzionale.
Anraku sembra appartenere a una nuova generazione.

Una generazione cresciuta dentro un’arrampicata in cui il movimento è diventato sempre
più complesso, tridimensionale, dinamico e imprevedibile.


IL CIRCENSE CHE SCALA
Se dovessi trovare una definizione per Anraku, utilizzerei questa: «Un circense che scala».
Non è una definizione tecnica, naturalmente. Ma descrive perfettamente una sensazione.
Guardandolo, sembra che il corpo non venga utilizzato semplicemente per superare un
ostacolo, ma per organizzare una sequenza di movimenti nel modo più efficace possibile.
Il suo corpo non appare rigido. Non combatte contro la parete. La attraversa.
È una differenza enorme.
Il movimento di Anraku è caratterizzato da dinamicità, continuità, adattabilità,
coordinazione intersegmentale, mobilità articolare, rapidità di riorganizzazione, capacità di
trasferire il peso, uso straordinario delle gambe e sincronizzazione tra arti inferiori e
superiori.
La sua forza non è soltanto quella che riesce a esercitare.
È anche quella che riesce a non dover esercitare.
Ed è una distinzione fondamentale.


FORZA APERTA O FORZA CHIUSA?
Qui arriviamo alla domanda più interessante.
La forza di Anraku è una forza a catena cinetica aperta o chiusa?
La risposta, probabilmente, è: entrambe, ma in momenti diversi e soprattutto nella loro
integrazione.
La forza a catena cinetica chiusa è quella in cui l’estremità distale è vincolata: il piede sul
volume, la mano sull’appiglio, il corpo che deve organizzarsi attorno a punti di contatto
relativamente stabili.
La catena aperta, invece, compare nel momento in cui un segmento viene liberato: una
mano che lascia un appiglio, una gamba che si svincola, un arto che accelera verso il
successivo bersaglio.
Il fenomeno interessante è ciò che accade nel passaggio tra le due.
Catena chiusa → generazione di forza → apertura → accelerazione → nuovo contatto →
nuova stabilizzazione.
È qui che la forza massimale isolata può diventare insufficiente per spiegare la prestazione.
Perché il problema non è più soltanto: «Quanto riesco a tirare con un braccio?»
Ma: «Quanto velocemente riesco a trasformare una spinta dei piedi in una traiettoria del
corpo, mantenendo contemporaneamente il controllo del centro di massa e arrivando con
precisione sul prossimo appiglio?»
Questa è un’altra forma di forza.

È forza coordinata. È forza dinamica. È forza espressa attraverso una catena cinetica.


IL VERO TALENTO DI ANRAKU POTREBBE ESSERE IL
RECLUTAMENTO SINCRONIZZATO
La mia impressione è che il punto centrale non sia semplicemente il reclutamento delle
fibre muscolari.
È il timing del reclutamento.
Non basta attivare il deltoide. Non basta attivare il dorsale. Non basta attivare il core. Non basta spingere con il quadricipite.
Bisogna attivare tutto nella sequenza temporale corretta.
E forse, nei movimenti più esplosivi, persino nella sovrapposizione temporale corretta.
È come se Anraku riuscisse a trasformare il sistema neuromuscolare in una sorta di orchestra.
Il singolo strumento può non essere il più potente del mondo. Ma l’orchestra suona
perfettamente insieme.
E quando tutti gli strumenti entrano nel momento giusto, la potenza dell’intero sistema
supera enormemente quella che potremmo prevedere osservando ogni singolo elemento.


NON È POCA FORZA. È UNA DIVERSA ORGANIZZAZIONE
DELLA FORZA
Questo, però, è un punto importante.
Dire che Anraku non sembra avere una forza massimale eccezionale rispetto al suo livello
non significa dire che sia «debole».
Sarebbe un errore.
Un atleta capace di vincere Boulder e Lead in Coppa del Mondo possiede necessariamente
livelli elevatissimi di forza relativa, forza resistente, capacità di mantenimento della
tensione e capacità di applicazione della forza.
La questione è un’altra.
Quale tipo di forza determina maggiormente la sua prestazione?
Ed è qui che il caso Anraku diventa interessante.
Forse non è la forza massimale isolata.
Forse è la capacità di: produrre → trasferire → coordinare → orientare → assorbire →
stabilizzare → riprodurre la forza.
Una sorta di forza funzionale dinamica, dove il valore non è soltanto il picco di forza
prodotto, ma la quantità di lavoro meccanico utile che il corpo riesce a generare nel
brevissimo intervallo disponibile.


LA NUOVA FRONTIERA DELL’ALLENAMENTO

Se Anraku rappresenta davvero una nuova direzione evolutiva dell’arrampicata, allora
anche l’allenamento deve cambiare prospettiva.
Non significa abbandonare la forza massimale.
Significa smettere di considerarla la spiegazione universale della prestazione.
L’arrampicatore moderno dovrà probabilmente allenare contemporaneamente:

  • Forza massimale
  • RFD, cioè rapidità di sviluppo della forza
  • Reattività
  • Coordinazione intermuscolare
  • Mobilità dinamica
  • Stiffness elastica
  • Trasferimento di forza
  • Controllo del centro di massa
  • Timing neuromuscolare
  • Capacità di passare rapidamente da catena chiusa a catena aperta
    E soprattutto dovrà imparare a integrare queste qualità.
    Perché il futuro dell’arrampicata potrebbe non appartenere a chi possiede il muscolo più forte.
    Potrebbe appartenere a chi riesce a far lavorare più muscoli, più articolazioni e più
    segmenti corporei nello stesso istante, con il minimo ritardo possibile.
    IL CASO ANRAKU CI OBBLIGA QUINDI A CAMBIARE
    DOMANDA
    Non chiediamoci più soltanto: «Quanto è forte Anraku?»
    Chiediamoci: «Quanto velocemente il suo sistema neuromuscolare riesce a trasformare una
    forza relativamente modesta in movimento efficace?»
    Forse la sua grandezza non è quella di possedere una forza straordinaria.
    Forse è quella di usarla straordinariamente bene.
    E se è così, Anraku non rappresenta soltanto un talento eccezionale.
    Rappresenta un possibile cambio di paradigma.
    Da un’arrampicata centrata sulla capacità di resistere alla gravità, a un’arrampicata
    centrata sulla capacità di dialogare con la gravità.
    Il corpo non è più soltanto una macchina che deve tirare.
    È una macchina che deve accelerare, ruotare, trasferire, assorbire e rilanciare.
    E in questo senso, forse, la domanda finale non è più:
    Forza a catena aperta o a catena chiusa?
    Ma: «La vera forza dell’arrampicatore moderno non è forse proprio la capacità di passare,
    in pochi decimi di secondo, dall’una all’altra?»

Anraku sembra aver trasformato questa transizione in un’arte.

Giugno 25, 2026
di Fabio Palma
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I LIMITI DELLA AUTOVALUTAZIONE

«Sapere dove andare e sapere come andarci sono due processi mentali diversi, che molto raramente si combinano nella stessa persona. I pensatori della politica si dividono generalmente in due categorie: gli utopisti con la testa fra le nuvole e i realisti con i piedi nel fango.»

Così scriveva George Orwell.

Nello sport non è molto diverso. Nessuno possiede davvero la ricetta vincente. Ce l’ha, forse, chi vince una gara dominando gli avversari, o chi arriva in cima al sasso più difficile del pianeta e può voltarsi indietro dicendo: «Ce l’ho fatta». Ma se fosse davvero sincero, probabilmente ammetterebbe che non era affatto certo del risultato. L’incertezza è il prezzo del gioco. Il banco delle scommesse continua a vincere ovunque e gli allenatori esistono proprio per questo: per aumentare le probabilità di successo, non per garantire il successo. A memoria, oltre a Bob Bowman e Julio Velasco, faccio fatica a ricordare tecnici che abbiano vinto oltre il novanta per cento delle competizioni affrontate. Su roccia tutti abbiamo avuto i nostri «avrei voluto». Io avrei voluto fare l’8c. Sono orgoglioso di ciò che sono riuscito a scalare e ho anche delle ragioni per non aver mai davvero inseguito quel grado, ma i dati restano lì: non l’ho fatto. Per questo sorrido quando leggo certi racconti romantici e acchiappa-consensi di scalatori della mia generazione che oggi fingono di non aver mai cercato approvazione o gratificazione. Non c’è nulla di male nell’averle cercate. C’è qualcosa di stonato nel negarlo.

I dati, i numeri e la statistica sono ciò che molte persone temono. I veri sportivi, invece, imparano ad apprezzarli. Perché non mentono. Naturalmente servono competenza, intelligenza e onestà per interpretarli. I numeri sono impietosi. Ho visto anche recentemente esultanze sproporzionate per prestazioni costruite attorno al niente, una manciata di prese davvero significative e avversari fuori forma. Per lo spettatore è comprensibile: vede il gesto decisivo e si entusiasma. Ma l’atleta dovrebbe sapere che quella lettura è superficiale. Se in una futura gara importante la vera selezione comincerà alla presa venticinque e realmente la tua prestazione ha avuto 6 prese di difficoltà, significa che prima ce ne sono state altre quindici che non contavano e che la tua esultanza doveva essere contestualizzata. Invece di festeggiare, forse sarebbe più utile dirsi: «C’è un problema enorme. Se tra un mese sarò ancora in questa condizione, non arriverò terzo: arriverò oltre il cinquantesimo posto». Ed è quel dato che definirà la stagione. Vale per il professionista e vale per l’amatore. E per dir la verità questa cosa la scopri in fretta quando hai che fare con la matematica tosta, oltre che con lo sport. Quando sei un Dio in un contesto facile, per esempio un liceo, e poi assaggi analisi 2 e analisi 3. A loro volta mattoncini della VERA matematica. Se sei onesto, non esulti sbraitando per una lode in analisi 2 e 3. Io le presi e come tutti noi fummo moderati, avevamo capito che erano cimenti ancora ben lontani da ciò che avremmo potuto assaggiare (e io, di fatto, nella vera matematica non ci ho messo mai il naso). Incidentalmente, Bea mi diede un ripasso straordinario su questo. A Villars, nel 2023, arrivò quarta in Coppa del Mondo. Tutti esultavano, gente della federazione e io. Lei si avvicinò con un sorriso molto beffardo, e mi disse, non mi sento completamente soddisfatta. Aveva capito che non era comunque andata al cento per cento e che qualcuna più forte aveva sbagliato prima. Bea, però, ha un’intelligenza fuori dal comune.

«È una visione fredda» «La verità non ha temperatura.» (Cormac McCarthy)

La passione non nasce dall’illusione. Nasce dal confronto con la realtà. Vuoi coltivarla sulla roccia più bella? Nei luoghi più belli? Benissimo. Ma i luoghi più belli raramente sono indulgenti. Richiedono consapevolezza, preparazione e realismo. Salire una via a vista nel Lecchese dice poco su ciò che accadrà su una qualunque parete del Wenden, e anche una via in Verdon ti può abituare al vuoto ma non allo stesso impegno psicofisico. Tantomeno una via classica in Dolomiti. Chiudere un 7a nella propria falesia può avere ben poco a che fare con il 7a che usi per scaldarti a Céüse, e sul 7a in certe falesie potresti perfino avere dei dubbi sull’averlo mai scalato…

E allora la domanda diventa semplice e scomoda. I progetti che sogni poggiano su condizioni favorevoli. Le tue condizioni, invece, le hai costruite?

Oppure stai soltanto sperando che siano sufficienti?

Giugno 24, 2026
di Fabio Palma
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Un sistema di gusci

Pochi soggetti umani sono instabili come l’atleta, perché lo sport è un terreno accidentato in cui risultati positivi e negativi, tediose sessioni di allenamento ed eccitanti momenti di euforia rendono la carriera sportiva una funzione informe e imprevedibile, disseminata di punti di discontinuità. Eppure, come accade in molti sistemi complessi, ciò che appare instabile in superficie può poggiare su strutture profonde sorprendentemente solide.

Maria Goeppert-Mayer ha spiegato perché alcuni nuclei atomici siano più stabili di altri. Dietro l’apparente caos delle particelle scoprì una struttura nascosta fatta di livelli energetici e gusci che si organizzano secondo regole precise. Non fu soltanto una scoperta scientifica. Fu una lezione universale: la stabilità non nasce necessariamente da ciò che vediamo, ma da ciò che tiene insieme il sistema dall’interno.

La sua stessa vita ne è un esempio. Per anni lavorò senza il riconoscimento che avrebbe meritato. Continuò a studiare, osservare e costruire conoscenza mentre il mondo accademico la lasciava spesso ai margini. Non vinse grazie a un colpo di fortuna. Vinse perché aveva costruito una struttura interna abbastanza solida da sopravvivere all’assenza di gratificazioni esterne.

Anche un atleta, in fondo, è un sistema a gusci.

Molti guardano soltanto il grado salito, la medaglia conquistata o il risultato mancato. Ma chi allena sa che la vera prestazione nasce molto più in profondità. Nasce da strati invisibili: la fiducia reciproca, la capacità di dire la verità quando sarebbe più comodo raccontarsi una favola, il coraggio di riconoscere i propri limiti e lavorarci sopra senza cercare alibi.

Un allenatore non costruisce soltanto forza, resistenza o tecnica. Costruisce contesti in cui la sincerità possa esistere senza diventare giudizio. A volte il gesto più difficile non è motivare un atleta, ma dirgli con onestà ciò che non vuole sentire. E il gesto più difficile per un atleta non è sopportare la fatica, ma accettare quella valutazione senza viverla come un attacco personale.

Quando questo accade si crea qualcosa che assomiglia molto a una forma di spiritualità. Non una spiritualità religiosa, ma una spiritualità della relazione. La fiducia che permette di affidarsi a qualcuno anche quando il percorso non è chiaro. La riconoscenza verso chi investe tempo, energie e competenze nel nostro miglioramento. L’umiltà di comprendere che nessun risultato è costruito da una sola persona.

Come nei nuclei studiati da Maria Goeppert-Mayer, anche nei team sportivi esistono strutture invisibili che determinano la stabilità del sistema. Non sono fotografabili. Non compaiono nelle classifiche. Eppure sono quelle che tengono insieme tutto quando arrivano gli infortuni, le sconfitte, i periodi di stallo e le inevitabili crisi.

L’insegnamento universale è semplice: la solidità nasce dall’organizzazione interna, non dal rumore esterno. Per gli atleti, questa organizzazione non riguarda soltanto muscoli, tendini o programmi di allenamento. Riguarda anche la qualità delle relazioni che sostengono il percorso.

La domanda, allora, è semplice: quali sono i vostri gusci interni? Quali relazioni, valori e abitudini vi tengono stabili quando la prestazione oscilla? E soprattutto: sapete riconoscere e coltivare quelle persone che, spesso lontano dai riflettori, contribuiscono ogni giorno alla vostra architettura interiore?

Giugno 7, 2026
di Fabio Palma
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NON SANNO NIENTE DELLA VITA

Gli atleti sono come bambini: non sanno niente della vita. Sanno solo allenarsi e gareggiare.

Questa frase fu detta da uno dei più grandi atleti di tutti i tempi, Emil Zátopek, e sembra però in contraddizione con la sua stessa vita, invero un romanzo di sceneggiatura stupefacente.

Emil si riferiva a tutti gli altri tranne se stesso, capace di inventare l’interval training, di allenarsi come soltanto decenni dopo fecero i migliori al mondo, di rivoluzionare le convinzioni diffuse.

Di fatto, le sue vittorie olimpiche assolutamente incomprensibili per i suoi tempi rivoluzionarono il concetto di allenamento e introdussero alcuni elementi base della psicologia dello sport moderna: il giovane atleta che aspira all’eccellenza, in genere, impara da diversi allenatori. Il primo gli insegna i fondamentali; il secondo gli trasmette la disciplina e le tecniche che devono essere padroneggiate per eccellere, e questa fase va però, anagraficamente, di pari passo con la fase adolescenziale e post adolescenziale (i famosi 14-22 anni, finestra che per qualcuno/a si conclude a 18, per altri/e va avanti fino perfino a 25).

E’ l’età in cui puoi avere la tendenza ad ascoltare te stesso o, peggio, i tuoi coetanei o gente che vuole approfittare di te. E’ l’età in cui il talento ti porta avanti, ma è un allenatore disinteressato al tornaconto personale che ti impedisce di perderti. Se il talento è ribelle e incontra la persona sbagliata, è finito. Se incontra la persona giusta, che vuole BENE al ragazzo/a senza ambizione personale, voglia di mettersi in mostra, tornaconto economico, allora avrà delle possibilità, altrimenti sarà così vittima delle sue Distorsioni Cognitive da buttare letteralmente nel cesso la sua carriera. Qualunque sport ha infinite storie che raccontano questo ma nonostante (e faccio appunto nomi attuali) fuoriclasse come Garnbret, Ceccon, Martinenghi, Sinner, di ENORME talento, si siano correttamente affidati a tali figure senza se e senza ma, tantissimi e tantissime credono di potersi fidare di se stessi e addirittura dei coetanei.

Sempre e comunque, contano i risultati, che vanno anche raccontati e visti con sincerità, pena schiaffi roboanti quando cambia il contesto. Le Distorsioni Cognitive fanno esagerare ciò che si considera bene (che dati alla mano bene o progresso non è), fino a quando non arrivano i ceffoni da contesti veri, reali.

In queste settimane ho sempre più ringraziato il destino per avermi fatto incontrare Maia Marinescu: non solo è un talento smisurato, con Bea e Iris la miglior climber che abbia mai visto, ma è anche davvero una persona eccezionale (al momento non ci sono avvisaglie o campanelli d’allarme che l’età possa cambiarla in peggio). Purtroppo abita a Friburgo e questo è un limite enorme, a un certo punto dovremo trovare insieme un allenatore che la possa seguire da vicino e almeno bisettimanalmente. Questo dovrà avvenire quando arriverà a livello internazionale giovanile avanzato e in Coppa del Mondo (e sarebbe la terza mia atleta che ci arriverebbe). Altrimenti dovremo trovare un modo di vederci più spesso come faccio con Bea, perché solo chi ti vede continuamente e non appartiene al tuo insieme può distinguere i tuoi punti deboli, da dati e analisi oggettive.

Sono anche molto felice e motivato per aver ricominciato ad affiancare Giulia Rosa. Estremamente intelligente, ovvi motivi personali avevano interrotto senza alcun strascico il nostro legame Allenatore-Atleta. C’è sempre stata stima reciproca, l’ho vista crescere tecnicamente, arrivare in nazionale, l’ho davvero sempre tifata perché è una persona vera. Poi la vita l’ha costretta a riavviare il nostro legame sportivo e chiaramente darò tutto per portarla fra le prime 3 in Italia nel Boulder. Non è professionista e non fa la vita da professionista e questo è il nostro unico vero ostacolo. Con due sedute al giorno scommetterei su una semifinale di Coppa del mondo nel 2027, altrimenti interromperei io la collaborazione (se un atleta fa vita da professionista e non migliora vistosamente a livello internazionale, evidentemente c’è qualcosa che non va). Però ho brigato per farle arrivare a breve il meglio per allenarsi col suo tempo a disposizione, e naturalmente devo essere bravo a non sbagliare e a modificare in corsa.

“tutti hanno un piano fino a quando non arriva un pugno in faccia”. (Mike Tyson)

A me e Bea è arrivato a Wujiang: un grandioso miglioramento, doppio primato italiano, invece di portarla fra le prime 8 al mondo l’ha vista al 21esimo posto. Significa che il mondo è migliorato meglio di noi e che entrambi dobbiamo modificare qualcosa. Tempo al tempo è un valido aforisma ma nello sport agonistico va affiancato, appunto, alla frase di Tyson.

Aprile 25, 2026
di Fabio Palma
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And there is no justice

Screenshot

Testo Italiano in fondo

And there is no justice: the rich win, the poor are powerless. We become tired of hearing people lie. And after a time, we become dead… a little dead ( The verdict)

There comes a precise moment in sport when the noise of the field stops being just competition and becomes something deeper—conscience. It’s the moment you realize that not every defeat is born from a technical mistake, a stronger opponent, or a bad day. Some defeats are written elsewhere. In regulations. On desks. In the distraction—or worse—of those who are supposed to protect.

The story of Maia Marinescu, 17, belongs to this category. Eleven months without competing. Eleven months of competitive silence. A penalty that, in substance, is equivalent to a doping suspension. But here there is no deception, no shortcut, no betrayal of sport. There is, instead, adult negligence. And a girl who pays the price.

It brings to mind the suspended, almost spiritual atmosphere of Pneuma by Tool: that deep breath, that tension between body and soul, between human error and the search for meaning. Maia is exactly there, in between. She is not just an athlete on pause. She is a young conscience forced to confront a system that no longer distinguishes between guilt and responsibility.

And then the mind turns to Fight the Good Fight by Triumph. Fight the good fight, the chorus says. But what kind of fight is this, if the field is tilted? If a minor ends up serving a penalty designed for those who knowingly cheat? This is not about battling an opponent, but about struggling against a logic that has lost its sense of proportion.

Because the real fracture lies here: the rigidity of the adult world. A system that moves by automatism, applying rules without questioning who stands in front of it. A machine that works perfectly… until it collides with real life. And when it does, it doesn’t stop. It crushes.

In this story, Maia Marinescu paradoxically becomes what she is not: “guilty.” The time taken from her is the same that would be taken from someone who deliberately violated the rules. It is a suspension that is symbolically devastating, because it sends a clear message: it doesn’t matter how you got there, only that you ended up inside the mechanism.

And so even Ordinary Man by Triumph echoes with a bitter undertone. The ordinary person. Maia is exactly that: a normal girl with talent and a dream. Not a lab case, not an example to be punished. Yet she is treated like an anomaly to be corrected.

The point is not to deny the rules. Sport lives on rules, on fairness, on justice. But when justice becomes so blind that it no longer sees differences, it stops being justice. It becomes procedure.

And here something doesn’t add up. Because if a system cannot protect the youngest from the mistakes of adults, then it has stopped being educational. It has become merely punitive.

Eleven months, at 17, are not just time. They are growth, opportunities, identity in the making. They are competitions that will not return, experiences that cannot be recovered. It is a piece of the future put on hold.

And so the question remains, suspended like a long note: who really pays in this story?

For now, the answer is simple—and unjust: Maia pays.
But what should trouble everyone is that the system, instead, never does.

C’è un momento preciso, nello sport, in cui il rumore del campo smette di essere solo competizione e diventa coscienza. È il momento in cui capisci che non tutte le sconfitte nascono da un errore tecnico, da un’avversaria più forte o da una giornata storta. Alcune sconfitte sono scritte altrove. Nei regolamenti. Nelle scrivanie. Nella distrazione – o peggio – di chi dovrebbe proteggere.

La storia di Maia Marinescu, 17 anni, appartiene a questa categoria. 

Un incaricato si dimentica di chiedere il suo trasferimento mentre lei, ignara di tutto, in tre mesi di duri e proficui allenamenti raggiunge la sua prima finale senior in Italia e supera il Trial svizzero in maniera così brillante da addirittura guadagnarsi il ticket da World cup.

La gioia e’ infinita da parte sua, io felice perché una brava ragazza, buona e sincera, si è fidata e ha creduto ai miei studi. Le scrivo che per me è diventata un prospetto olimpico per il 2027, che i prossimi 11 mesi saranno PNEUMA. Gliela faccio ascoltare, gliela spiego. Niente di elettronico, di artificiale. Anni di composizione per poter anche solo pensare a una complessità così. Le dico, se LUI, Danny Carey, ha osato PNEUMA (respiro!!) dal vivo), allora tu puoi osare il sogno olimpico.

E’ una ragazza BUONA, dolce. Sincera e che non parla alle spalle, il suo sorriso è vero, il suo sguardo non nasconde nulla. E per una grave dimenticanza adulta, ha davanti 11 mesi senza gare. 11 mesi di silenzio agonistico. Una pena che, nella sostanza, equivale a una sospensione per doping. Ma qui non c’è inganno, non c’è scorciatoia, non c’è tradimento dello sport. Una negligenza adulta e una ragazza che paga.

Sto ascoltando l’atmosfera sospesa e quasi spirituale di Pneuma dei Tool: quel respiro profondo, quella tensione tra corpo e anima, tra errore umano e ricerca di senso. Maia è esattamente lì, in mezzo. Non è solo un’atleta ferma. È una coscienza giovane costretta a confrontarsi con un sistema che non distingue più tra colpa e responsabilità. 

E allora il pensiero corre a Fight the Good Fight dei Triumph. L’ho ascoltata forse 1000 volte fra i miei 16 e 25 anni. Combatti la buona battaglia, dice il ritornello. Ma quale battaglia è questa, se il campo è inclinato? Se una minorenne si trova a scontare una pena pensata per chi bara consapevolmente? Qui non si tratta di lottare contro un’avversaria, ma contro una logica che ha perso il senso delle proporzioni.

Perché la vera frattura è tutta qui: la rigidità del mondo adulto. Un sistema che procede per automatismi, che applica norme senza interrogarsi su chi ha davanti. Una macchina che funziona benissimo… finché non si inceppa sulla vita reale. E quando succede, non si ferma. Travolge. 

In questa storia, Maia Marinescu diventa paradossalmente ciò che non è: una “colpevole”. Il tempo che le viene tolto è lo stesso che si toglierebbe a chi ha violato le regole in modo deliberato. È una sospensione simbolicamente devastante, perché manda un messaggio chiaro: non importa come ci sei arrivata, conta solo che sei finita sotto il meccanismo.

E allora risuona amara anche Ordinary Man, stesa disco dei Triumph. L’uomo ordinario, la persona qualunque. Maia è questo: una ragazza normale, con un talento e un sogno. Non un caso da laboratorio, non un esempio da punire. Eppure viene trattata come un’anomalia da correggere.

Il punto non è negare le regole. Lo sport vive di regole, di giustizia, di equità. Ma quando la giustizia diventa cieca al punto da non vedere le differenze, allora smette di essere giustizia. Diventa procedura.

E qui c’è qualcosa che non torna. Perché se un sistema non sa proteggere i più giovani dagli errori degli adulti, allora ha smesso di essere educativo. È diventato solo punitivo verso i NON adulti.

Undici mesi, a 17 anni, non sono solo tempo. Sono crescita, occasioni, identità che si forma. Sono gare che non torneranno, esperienze che non si recuperano. È un pezzo di futuro sospeso.

E allora la domanda resta, sospesa come una nota lunga: chi paga davvero, in questa storia?

Per ora, la risposta è semplice e ingiusta: paga Maia.
Ma dovrebbe inquietare tutti il fatto che il sistema, invece, non paghi mai.

Marzo 2, 2026
di Fabio Palma
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SOTTO LE COSTOLE C’ERA RUMORE

Sotto le costole c’era rumore, e non sempre era il cuore. Certe giornate le andavano avanti in libertà vigilata, pavimentate come tappetini da doccia. C’era appena da guardare dove mettere i piedi, ma senza troppa attenzione. Come se il tempo scorresse, al suo fianco, in una corrente ostinata e contraria. Quando invece avrebbe voluto attraversarlo, o viverci insieme.
Quei rari momenti di una donna nei quali il corpo è felice di un istante, e nel petto il suono non è sordo, ma acuto all’inizio e poi rotondo, ben fatto.
Cercava quelli, di momenti. Con tutto quello che sapeva, avrebbero dovuto gemere dall’essere troppo pigiati, in troppi. E invece si erano assestati qua e là, come stelle. Brillanti, sì, ma infinitamente circondati di scuro.
La stanchezza la assaliva alla testa, e poi la pesantezza le arrivava ai piedi, che si trascinavano come dentro due ciaspole e sotto erba secca invece che soffice neve.
La stanchezza eclissava la volontà, e intorpidiva l’attenzione. Era un’arma potente, avrebbe potuto usarla contro i riottosi, i più attenti.
Avrebbe dovuto STANCARLI.
Colpendoli con cose da fare. Affossando il loro tempo libero.
E questo era complicato, ma non complesso. Già lo facevano, i poteri. Ma entrare nelle case di ciascuno, nei piccoli angoli delle cose private, quella era sfida difficile. In mezzo a televisioni, computer e passatempi di maniera, molti avevano ancora il loro orticello. E lei lo capiva dalle piccole pieghe che formava la pelle del viso, che andava per suo conto e contro il volere della maniera. La vedeva, la donna che sorrideva ai figli e al marito e intanto pensava, ogni minuscolo istante, ago che punge il pensiero con dolore e ricordi, a una vita diversa, con un uomo diverso, con un sogno diverso. Lo vedeva, l’uomo che accompagnava la moglie a fare la spesa, vagando nel desiderio di un’altra, a volte anche solo accarezzando le gambe di una ragazzina debolmente vestita.
Quella e quello si ritrovavano soli, la sera o di giorno, su qualche divano, e allora si abbandonavano al gesto, come annusando il profumo di un mobile antico, e la musica di qualcosa perduto per sempre li avvolgeva con nostalgia di una vita diversa, e le mani si lasciavano andare, prive di qualsiasi vergogna.
Come fare per entrare in quei piccoli orti?
Sorprendere la gente nella loro piccola sfera di emozioni, l’ultima rimasta. Coglierli lì, impreparati, dove si sentono forti. Lasciarli con un buco nel petto, impossibilitati a riempirlo con le parole. Come se le certezze diventassero palpabili quanto la foschia mattutina.
Stancarli, doveva stancarli.
Cominciò a mangiare.
Smise appena un attimo, quando si affrettò allo specchio a controllare che accenni di rughe ci fossero veramente, e c’erano, e non sapeva rispondere al quesito se fossero figli del meglio o del peggio.

Quando finì, non era tardi per quello che davvero si era imposta di fare.
Pensò come fosse curioso che mangiare facesse andare diritto al cuore delle cose, udire l’eco dei suoi desideri, e scioglierli. Tranciare catene e recidere etichette, come se a pancia piena si fosse più leggeri. Col vino era già pronta ad ammettere e amare.
Aveva mangiato, e tentacolari erano affiorati i ricordi di sterzate brusche – perché non c’era stata, con Alberto? – e di curve mal impostate, con se stessa a insabbiarsi o, peggio, urtare malamente sacchi di cemento. Con lo stomaco carico di grassi e proteine, e gli zuccheri ormai in collisione fra loro, scese in strada per ascoltare il respiro della gente. Quando arrivò nella via, si sedette su quel marciapiede dove era inciampata in bicicletta, tanti, tanti anni prima. Col ginocchio sbucciato, non era andata da Luca, vergognosa della carne gonfia e della pelle a brandelli. Ora il ginocchio era ancora gonfio, ma del liquido dell’età, che sembrava duro a siringare.
Le mancava papà, le avrebbe detto qualcosa. Allora, su Luca, e ora, su tutto quello che le percorreva la testa.
Luca, allora, se n’era risentito, era scomparso, e lei si era adagiata nella scomposta vallata umana dell’equivoco. Seduta nello stesso posto, ora così diversa, satolla di cibo e vuota di vita, decise di non piangere. Svapora, la vita, quando la scruti a pancia piena dal marciapiede dove non hai osato scendere.
Due ore più tardi si alzò molto più forte. Esaminò con interesse quanto la digestione fosse stata completa e acuta nel riempire vuoti diversi, un processo complesso e contorto, con un fine preciso.
Ora il corpo era forte, e così anche i pensieri più lineari e sicuri.
Stancarli, doveva stancarli.

Febbraio 20, 2026
di Fabio Palma
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TO HAVE TRUST

Prendetevi 17 minuti per vederlo, e 3 per leggere i commenti, tutti di persone veramente Spesse.

Quello che penso di questo cortometraggio.

Tecnicamente, chi ne capisce lo ha inquadrato nei commenti. La fotografia è sensazionale, il montaggio strepitoso, cinematografico con scelte anche originali (l’utilizzo di diverse Handcam vintage). Yuri è molto ricercato come DOP su set di moda e ha vinto premi come regista di documentari, per cui il tutto non è una sorpresa. In Italia nel mondo arrampicata-alpinismo solo Achille Mauri aveva pubblicato standard così alti. Ci sono in giro Portraits orrendi, che letteralmente sfigurano il personaggio. Qualche volta sono orrendi in tutto, praticamente sempre manca la sceneggiatura e il montaggio curato con una regia di valore. Certo non è facile fare un bel cortometraggio se il protagonista ha poco da rivelare oltre alla bravura, ma nella maggior parte dei casi vien fuori male anche la bravura, il così-detto Livello. Mentre scrivo, penso che Yuri farebbe qualcosa di eccellente anche con Giga e Luchino. E certamente era eccellente prodotto per Rock Experience, che riporto alla fine. Tuttavia questo va OLTRE, ed ecco, secondo me, perché.

Uno studio americano molto serio di un neuro scienziato, pubblicata settimana scorsa. La Gen Z (i nati tra il 1997 e il 2010) registra prestazioni inferiori rispetto a chi l’ha preceduta in quasi tutte le misurazioni cognitive, e fondamentali, ed è la prima generazione che inverte un trend positivo che durava da molti decenni (insomma, per la prima volta da oltre cento anni una generazione e’ meno intelligente della precedente). Lo studio è stavo fatto con tantissimi test cognitivi, ed è anche venuto fuori che c’è una elevatissima discrepanza tra i risultati oggettivi e l’autovalutazione degli studenti. Fondamentalmente, i giovani pensavano di essere nel giusto, aver compreso, etc etc. In maniera anche arrogante. Messi davanti ai risultati che mostravano inequivocabilmente che erano molto meno intelligenti dei Boomers che tanto prendevano in giro, hanno avuto una reazione emotiva preoccupante “ Più le persone pensano di essere intelligenti, più sono in realtà stupide”. Lo studio, effettuato su un campione vastissimo, da’ queste spiegazioni: Al centro dell’analisi vi è l’uso intensivo della tecnologia. Lo scienziato attribuisce le difficoltà attuali al fatto che questa generazione è cresciuta con un’esposizione costante ai dispositivi digitali. Invece di favorire l’acquisizione di conoscenze, l’uso massiccio di schermi sembra aver ridotto le opportunità di apprendimento profondo. Horvath ricorda che “gli esseri umani sono biologicamente programmati per imparare da altri esseri umani e dallo studio approfondito, non scorrendo schermate per riassunti a punti”.

Anche l’introduzione della tecnologia educativa, o Edtech, viene messa in discussione. Secondo la ricostruzione fornita al Congresso, l’utilizzo di tablet e computer per le attività scolastiche assorbe risorse mentali che potrebbero essere dedicate alla comprensione complessa. Fuori dall’aula, la consultazione rapida di social media come TikTok sostituisce spesso la lettura integrale dei testi, trasformando gli studenti in lettori superficiali

Me ne ero accorto. Linguaggio modesto, pochissima comprensione logica (la Logica manca del tutto, e la Logica si allena), tendenza fortissima ad arrestarsi alla prima risposta/pensiero che si ha, o meglio si trova su uno schermo, a un imprevisto. Le distorsioni cognitive della GenZ sono continue e su tutto, PERO’ i migliori di oggi sono nettamente superiori ai migliori degli anni ’80 e ’90.

L’arroganza fa veramente compagnia alla incapacità di ragionare, è oggi è molto diffusa fra i giovani. Tesi antitesi sintesi: un processo ignoto a tutti e tutte, con rarissime eccezioni.

Dai primi mesi che ho allenato, mi accorsi che mancavano i vocaboli. Spiegavo un metodo e se dentro la spiegazione inserivo la parola paradosso, mi guardavano a bocca aperta. Ed è noto che si comprende ciò per cui si hanno le parole appropriate.

Diedi a non pochi e poche da leggere, non tutti recepirono.

Ragionare ragionare ragionare. Non fermarsi mai alla prima spiegazione. Oltretutto una conoscenza scarna di vocaboli fa sì che le sensazioni siano ancora più traditrici, progenitrici di errori cognitivi. Perché un corollario importante del QI basso è che si detestano e sfuggono i dati, in quanto spesso rivelatori della fallacità delle sensazioni. Il QI buono o elevato fa accettare senza sussulti emotivi che una propria sensazione sia errata, mentre un QI basso getta nello sconforto quando i dati, ovvero una realtà analizzata, mostrano le crepe o addirittura il falso delle sensazioni.

Dal cortometraggio esce con prepotenza un’intelligenza viva da parte di entrambi, superiore. il “gomitolo di pensieri” di Bea è fuori al comune, l’abilità che ha avuto Yuri nel dipanarlo (grazie al diario, letto e usato come voice over) da grande e sensibile regista. Ed ecco che la GenZ qui ne esce SUPERIORE, e forse ( io ne sono certo ma lascio a voi pochissimi che siete arrivati qui) è stata la lettura che ha reso Bea e Yuri così Potenti. Yuri, che a 13 anni fu l’utente del sistema bibliotecario della provincia di Lecco con più prestiti in un anno, oltre 150 libri in dodici mesi, con tutti i libri di Conrad, Dune, tutto Omero, la Ruota del tempo, Wallace…Bea, che ormai da due anni è una lettrice avida e acuta, famelica di conoscere e sapere.

Penso di aver contribuito a farli diventare così, però mica è successo con tutti e tutte. La cultura e lo sport vanno di pari passo: hanno bisogno di Maestri, allenatori e seminatori, ma se il terreno non è fertile…

Ecco, infine, quello che già era stato un gran bel ritratto, Gennaio 2024

Febbraio 11, 2026
di Fabio Palma
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RACCONTATO DA UN GRANDE AMICO

Antonio Barbetta mi racconta, live, nel 2022

P.S. la foto copertina è di quanto, nel 2003 o 2004, con lo scafoide ingessato tornai per revenge su Legacy, Wenden, dove, per non mettere un Friend , un mese prima avevo fatto oltre dieci metri di volo sbattendo

Febbraio 10, 2026
di Fabio Palma
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OLIMPIADE e RISPETTO

La desolante telecronaca della cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi non è “niente di nuovo sul fronte occidentale” . Quando chi decide permette che o l’incompetenza o l’indifferenza vengano messe a commentare-gestire-produrre sport o cultura, e’ inevitabile che vengano calpestati i valori sportivi e culturali, fra cui la dignità. 

A chi non batte il cuore per l’Olimpiade e neppure ne hai mai visto i contenuti, non gliene frega nulla e nulla sa di Anna Danesi o Simone Giannelli. Non comprende quanto sia sacro il ruolo del Tedoforo, quanto sia tutto molto di più di selfie e presenza.

Si chiama CERIMONIA. 

Non deve avere nulla a che fare con sciatti e sciatte influencer che vanno bene per fregare fessi e fesse su scelte di abiti rossetti profumi ma i cui soldi guadagnati, anche a valanga, non bastano ad arrivare a 1 su una scala 1-10 di merito e competenza.

A un tedoforo o commentatore di un’Olimpiade invernale andava fatto un vero e proprio esame della patente, qualora non atleta: 20 domande di sport olimpici, di cui dieci di base (riconoscere Anna Danesi!!), e cinque anche difficili. 

Altrimenti siamo tutti buoni a tutto e vorrei proprio vedere se chi difende certe scelte si farebbe cucinare da me nel suo pranzo di matrimonio o si farebbe vestire da me nel giorno più importante della sua vita o far riparare un guasto meccanico.

Federazioni piene di gente che non rispetta gli atleti, istituzioni e associazioni e personaggi per cui l’Olimpiade è solo un business o un’occasione per comparire, che è quello che succede anche nel mondo della cultura e che è un grande male italico. L’atleta e l’artista sono il cuore, chi li commenta o ne maneggia i simboli deve averne rispetto. E chi sbaglia deve pagare. Spero duramente.

Lindsey Vonn.

Quante puttanate scritte da chi nella vita non è mai stato neppure fra i primi 1 milione della sua professione. 

Lei, dopo 6 anni di stop e una protesi nel ginocchio, è tornata a gareggiare a 40 anni e i mediocri hanno commentato: è solo marketing

Primi mesi: ha sfiorato le Top 10 e 5

Da Ottobre per stagione 2026-27: dominante!

DOMINANTE 

Chi sono i mediocri e frustrati che hanno addirittura scritto che bisognava vietarle di gareggiare?

Forse un alpinista e un Climber può meglio capire perché fosse spiritualmente giusto che ci provasse: noi che abbiamo provato dolore per Potter e Lama, per Auer e Steck, per decine e decine di visionari irresponsabili che hanno scritto pagine leggendarie di alpinismo e arrampicata.

Esagerati?

Certo

Ricordatevi: senza dei pazzi incoscienti come i fratelli Wright, l’uomo si sarebbe spostato con un aereo molti ma molti anni dopo. Senza biologi e scienziati incoscienti, oggi si morirebbe prima e facilmente di molto.

Senza leggende dello sport o dell’arte, saremmo tutti più poveri di Spirito.

Rispetto per l’Olimpiade, rispetto per i suoi simboli, rispetto per le leggende

E rispetto per gli atleti che all’Olimpiade ci arrivano, perché dietro hanno scelte di vita pesanti e osteggiate, perfino talvolta in famiglia.

“Perché dovrebbe farlo?” “Deve mancarle qualcosa nella vita” “È irresponsabile”. Quello che queste persone non capiscono, perché non hanno mai provato a fare qualcosa di grande, perché non si sono mai spinte fino ai limiti estremi, perché non conosceranno mai il loro vero potenziale, è che non esiste una grandezza priva di rischi”

Arnold Schwarzenegger